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IL MESTIERE DEL RIEVOCATORE
dott. Michele Rossi, responsabile della Compagnia del Cardo e del Brugo

 Quando si parla di rievocazione storica si può incorrere in un equivoco di base, che nasce da come viene percepita la figura del rievocatore storico dall'immaginario collettivo: un energumeno in armatura che brandisce una spada in una mano e una birra nell'altra, divertendosi pazzamente. Nulla di più folcloristico e nulla di più errato.

Essere un rievocatore storico significa innanzi tutto “lavorare alla rievocazione”, cioè ricercare, studiare con metodo e passione e divertirsi, anche a farlo, naturalmente.

Il gruppo di rievocazione del quale faccio parte, la Compagnia del Cardo e del Brugo, richiede ai suoi membri un impegno rigoroso e, a volte, faticoso, sia per quanto riguarda il lavoro in campo durante gli eventi, sia per quanto riguarda la documentazione e lo studio relativi al proprio “personaggio”.

Ogni rievocatore, infatti, oltre a far parte del quadro d'insieme, rappresenta, all'interno del campo storico, un individuo con un ruolo sociale ben definito e un atteggiamento culturale ad esso correlato, inquadrato all'interno della quotidianità e delle vicende storiche di un preciso periodo.

Questo significa che il rievocatore deve avere una solida conoscenza della Storia in generale e deve approfondire tutti quegli aspetti che nei manuali vengono, di solito appena accennati, se non trascurati.

Si lavora, quindi, alla ricostruzione di abiti, calzature, acconciature, armi, ma non solo: si ragiona sul corretto modo di atteggiarsi e di relazionarsi con le varie figure all'interno dell'evento di rievocazione.

Ci si deve calare, per esempio, nei panni di un combattente gallico del III sec a.C., ragionare su come un uomo di quel periodo potesse atteggiarsi, camminare, pensare, combattere, parlare.

Bisogna muoversi sul sottile filo del possibile, del probabile ed è un compito non semplice, perché occorre spogliarsi non solo dell'atteggiamento culturale del terzo millennio, ma, anche, di tutto quel cumulo di idee stereotipate che deriva dalla visione romantica del guerriero. Naturalmente questo investe anche l'aspetto più pratico della ricostruzione di armi, abiti, monili.

Riferirsi ad un periodo che ha così poche fonti documentarie comporta necessariamente un esercizio di rigore nella ricerca che si rivolge soprattutto all'archeologia, lasciando da parte la mole di scritti e rappresentazioni iconiche posteriori che si basano non su dati certi, ma su leggende e fantasie degli autori.

Armi, gioielli, oggetti in metallo in genere presenti in campo sono il più delle volte copie fedeli di ritrovamenti o ad essi si ispirano lavorando sull'archeocompatibilità di forme e materiali.

Musei, cataloghi di mostre, saggi e studi specialistici sono fonti di informazione primarie; il mio gruppo, per esempio, per la ricostruzione di fibule ed armille si è appoggiato al catalogo relativo ai sepolcreti di Ornavasso, curato dall'Università La Sapienza di Roma.

Qualche difficoltà in più presenta la ricostruzione di oggetti in materiale deperibile e qui entra in campo la conoscenza non settoriale della Storia, che permette di analizzare quanto esisteva presso i popoli contemporanei e vicini geograficamente, a proposito dei quali esiste, magari, maggior documentazione, ragionando sugli scambi commerciali, sui contatti accertati e quindi sulle possibilità di influenze reciproche.

Per lavorare come rievocatore, occorre, in definitiva oltre ad una buona conoscenza della Storia, la disponibilità a rivedere le proprie posizioni ed acquisizioni, unita ad una buona dose di rigore scientifico, che è assolutamente indispensabile per mantenere l'atto del rievocare nei confini del sapere e non farlo sconfinare nel folclore della carnevalata.